Redatto con l’assistenza di strumenti di intelligenza artificiale e verificato con controlli automatici.
La Women's Tennis Association (WTA) ha adottato silenziosamente una nuova politica di idoneità che richiede a tutte le giocatrici del circuito professionistico di sottoporsi a un test genetico per lo screening del sesso biologico. Rivelata il 19 luglio dal giornalista americano Ben Rothenberg sulla sua piattaforma Bounces, ufficializzata il giorno successivo dall'organismo ed entrata in vigore il 1° luglio 2026, la misura costituisce un'assoluta prima per una lega professionistica femminile indipendente.
Un tampone, una carriera
In caso di risultato positivo, viene avviata una valutazione medica complementare prima che la WTA si pronunci sull'idoneità.
Il meccanismo si basa su un'analisi unica del gene SRY (Sex-determining Region Y), un frammento di DNA situato sul cromosoma Y che comanda, nel feto, lo sviluppo delle caratteristiche sessuali maschili. Il prelievo avviene tramite striscio buccale, prelievo di sangue o campione di saliva, e il risultato negativo vale come lasciapassare definitivo: nessuna giocatrice il cui test non rilevi il gene dovrà sottoporvisi una seconda volta.
In caso di risultato positivo, viene avviata una valutazione medica complementare prima che la WTA si pronunci sull'idoneità. L'organizzazione ha incaricato Phuel Sports Science, una società con sede in Colorado, di amministrare l'intero programma di screening.
Ogni giocatrice deve inoltre firmare un documento con cui riconosce che un rifiuto al test la espone a sanzioni disciplinari, inclusa una possibile sospensione e, precisa il testo, la prospettiva che «il motivo della sua ineleggibilità diventi pubblico o sia oggetto di speculazioni pubbliche». La formula, insolitamente diretta, lascia poco spazio all'ambiguità.
Una pagina voltata dopo mezzo secolo
La WTA dispone di una politica di idoneità dal 1975. La sua versione precedente, rivista nell'ottobre 2024, autorizzava le donne transgender a competere a due condizioni: un'identità di genere femminile o non binaria dichiarata per iscritto, e un livello di testosterone mantenuto sotto i 2,5 nmol/L nei ventiquattro mesi precedenti la prima competizione — e poi in modo continuativo. Non era richiesto alcun intervento chirurgico né riconoscimento legale. Il testo si proponeva di «facilitare la partecipazione delle giocatrici transgender e delle giocatrici con differenze dello sviluppo sessuale, in un ambiente sicuro e libero da molestie».
Questo quadro non è mai stato però attivato: nessuna giocatrice transgender è registrata nel circuito WTA, e nessuna lo è stata da quasi mezzo secolo. La riscrittura del 2026 sostituisce a questo approccio inclusivo una definizione biologica rigorosa, precisando al contempo che la distinzione tra sesso e identità di genere non ha «alcuna intenzione di mancare di rispetto o di mettere in discussione l'identità di genere o la dignità di chiunque».
Nel suo comunicato, la WTA giustifica la svolta con la volontà di «promuovere l'uguaglianza delle opportunità sportive nel tennis professionistico femminile e mantenere una competizione equa». L'organizzazione menziona consultazioni con i suoi membri e invoca «l'evoluzione delle norme nello sport femminile».
Un allineamento mondiale
Il tennis abbraccia una dinamica più ampia. World Athletics impone dal settembre 2025 un test genetico alle atlete che desiderano competere nella categoria femminile delle competizioni di classifica mondiale. World Boxing ha adottato nel maggio 2025 lo screening del gene SRY per tutte le sue competitrici. Il Comitato Olimpico Internazionale, infine, ha fatto il passo nel marzo 2026, condizionando la partecipazione ai Giochi di Los Angeles 2028 a questo stesso esame — una tempistica che colloca la WTA in conformità anticipata con il requisito olimpico.
La decisione non è unanime. Martina Navratilova, diciotto volte vincitrice di Slam e figura storica del tennis femminile, ha salutato la misura sui social media, ritenendo che non ci sia «nulla di transfobico in un test di sesso» e che la regola «sostiene tutte le donne». Dall'altro lato, diverse voci denunciano un'escalation regolamentare che risponde a una minaccia inesistente esponendo al contempo le atlete a un'intrusione medica senza precedenti nella loro disciplina.
Il contesto politico americano pesa sul dossier. Diversi Stati hanno legiferato negli ultimi anni per limitare la partecipazione delle sportive transgender alle competizioni femminili, un fronte ampiamente animato da legislatori repubblicani. La WTA, con sede a St. Petersburg in Florida, opera in questo ambiente polarizzato.
L'implementazione concreta dello screening — calendario di distribuzione alle giocatrici già classificate, protocollo di riservatezza dei dati genetici, gestione dei casi controversi — resta da precisare. La WTA promette un'applicazione «rispettosa e ponderata». Le prossime settimane indicheranno se il circuito assorbirà la riforma senza turbolenze o se appariranno crepe in uno spogliatoio che la questione del genere non aveva, fino ad ora, mai realmente fratturato.